Ci sono locali, a Milano che per svariati motivi come lo sfoggiare un arredamento all’ultimo design, il vantare una presunta qualità esasperata dei prodotti serviti, l’essere posizionati in un determinato punto chiave di una zona alla moda, possono permettersi di essere fastidiosamente costosi.
Possono permettersi perché, come anche il meno esperto tra i frequentatori di ristoranti e locali sa perfettamente, di posti che soddisfano le sopracitate caratteristiche e che invece hanno prezzi ragionevoli, se ne possono trovare nonostante tutto molti.

I ristoranti giapponesi, oggetto di un fantastico boom di aperture, da ormai cinque anni a questa parte, non sono certo immuni dalla tendenza al prezzo alto come scelta di campo, per la serie “se è caro vuol dire che è buono”. E’ sulla base di questo curioso ragionamento che possono sopravvivere locali che offrono poco, a prezzi senza senso.
Prendo ad esempio un ristorante in una delle zone più scintillanti del momento, Corso Sempione, ma di analoghi ce ne sono un infinità per tutta Milano. Come da copione, l’ambiente è un qualcosa di già visto: di fatto, è il solito cliché del ristorante giapponese remixato nell’ennesima variante nero-rosso-bianco laccato, messo li per farti dire “eh ma che bello!”. A differenza invece di tanti altri ristoranti, il menù non sembra prospettare una disfatta: i prezzi sono alti, ma non più della media, e ti fanno pensare che stando schisci, spendere una cifra accettabile per mangiare bene, sia fattibile.
Sono invece le quantità, che fregano, qui come negli altri ristoranti scintillantemente sushi; è il trionfo di piatti curatissimi, messi lì anche quelli, per farti dire “eh ma che bello!”, ma sostanzialmente scarni: se un ordina un tonno scottato da 16 euro, si aspetta non dico un vassoio di da mangiarci in sei, ma qualcosa in più di numero cinque fettine con erbetta e foglie coreografiche di contorno.
E via andare; ormai si è dentro, e si cerca il miglior compromesso tra quantità che possano saziare, e prezzi accettabili: una missione impossibile.
Come è una missione impossibile uscire dal ristorante soddisfatti: si è forse mangiato il miglior sushi della città (cosa tutta da verificare), in un ambiente arredato con i migliori prodotti del designer più alla moda, ma un limite al rito delle spallucce alzate quando arriva il conto, commentato con “eh oh guarda che arredamento qui/però guarda in che zona siamo/ok abbiamo mangiato solo due cose ma erano buone“, dovrebbe esserci.
Va bene il design, va bene la location, va bene la qualità, ma se il più condiviso sentimento quando si esce da uno dei ristoranti scintillantemente sushi è quello della rassegnazione al conto troppo elevato, qualcosa che non va c’è. E magari, se la prossima volta si esce per mangiare (piccolo dettaglio che molti ristoratori amano dimenticare), sarebbe il caso di cambiare ristorante, cercando uno dal quale uscire soddisfatti, con il sorriso sulle labbra, e magari con la pancia piena.
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