Tom Ford debutta alla regia con la trasposizione cinematografica di Un uomo solo di Christopher Isherwood (pubblicato in Italia da Adelphi), romanzo del 1964 considerato una pietra miliare della letteratura queer moderna.
È il 30 novembre 1962. Il mondo ha appena scampato il pericolo di una guerra mondiale, con la crisi dei missili di Cuba. Ma nel film la Storia viene solo accennata, perché l’attenzione è tutta su George Falconer (Colin Firth), docente di letteratura in un college di Los Angeles. Ora dopo ora, seguiamo George nelle tappe che scandiscono la sua giornata, un viaggio nel dolore di un uomo che ha perso il compagno con cui viveva da 16 anni e che si ritrova a dover elaborare questo lutto inatteso.
Per la sua prima regia, Ford punta tutto sull’eleganza e la precisione formale, trasportandoci nelle atmosfere dei primi Anni Sessanta, ricreati con cura maniacale per ogni singolo dettaglio (a partire, ovviamente, dagli abiti) e popolati da personaggi emblematici del decennio (il marchettaro madrileno che si è fatto il taglio alla James Dean e la Charlotte di Julianne Moore, che riassume in sé l’archetipo della figura femminile del periodo).
La prima parte del film ha il potere di affascinare lo spettatore proprio per la perfetta corrispondenza tra l’indole british del protagonista e la rappresentazione ponderata e senza sbavature della sua vicenda, con un’estetica raffinata fortemente debitrice del mondo pubblicitario.
Colin Firth è davvero strepitoso, una Coppa Volpi come migliore attore meritata in pieno, grazie al magistrale lavoro di recitazione per sottrazione, in cui ogni gesto è contenuto, calcolato e, per questo, altamente significativo: l’omosessuale di mezza età interpretato da Firth è convincente tanto quanto l’Harvey Milk di Sean Penn (sarà Oscar anche per Firth? Probabilmente no, visto l’esito dei Golden Globe, ma confidiamo almeno in una nomination).
Il rilievo che Ford dà alla forma mostra però tutti i suoi limiti nella seconda parte del film, che diventa mero contenitore: i dialoghi sono ripetitivi e fin troppo assertivi nei confronti del messaggio del film (in sostanza l’oraziano Carpe diem), così come la ridondante reiterazione della visione acquatica di George. Altro elemento che a lungo andare infastidisce la visione – e che dimostra una certa naïveté del regista – è l’utilizzo fin troppo didascalico della fotografia: desaturata ai limiti del bianco e nero nei momenti di tristezza del protagonista, per poi magicamente accendersi di colori vivi e iperrealistici negli attimi di gioia (dai ricordi della relazione con Jim ai dialoghi con lo studente Kenny), con un’incursione nella fotografia di moda patinata in bianco e nero per il flashback del pomeriggio sulla spiaggia con Jim.
Ford è così preso dal desiderio di fare bella figura come regista, da dimenticarsi un elemento fondamentale per il pubblico: l’emozione. Tanto che il finale non riesce realmente a coinvolgere lo spettatore, nonostante il potenziale emotivo che ha a disposizione.
A single man racchiude in sé suggestioni e atmosfere da La morte a Venezia, con un tocco di Will & Grace nell’incontro tra George e l’eterna amica Charlotte, fallendo però nel creare un capolavoro di perfezione quale era il Brokeback Mountain di Ang Lee.
Un ultimo appunto degno di nota, che vale la visione del film (o almeno un acquisto su iTunes): l’eccezionale colonna sonora da melodramma d’altri tempi composta da Abel Korzeniowski, con aggiunte di Shigeru Umebayashi (autore delle musiche di In the mood for love e 2046 di Wong Kar-Wai). Assolutamente imperdibile.
Regia: Tom Ford
Cast: Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode
Durata: 95 min

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