Film/Evento – Il fastidio del silenzio. Angelus Hiroshimae

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Mercoledì 23 Giugno allo Spazio Oberdan è stato presentato il lavoro di Giancarlo Planta, Angelus Hiroshimae, film che ha viaggiato a lungo prima che la troupe riuscisse a stabilire il set a L’Aquila, nel 2008. Dopo quella romana la proiezione organizzata dalla Fondazione Cineteca Italiana, nella sala dell’Oberdan, è stata la seconda in Italia. Per l’occasione è stata confezionata una serata dalle migliori aspettative: presentazione del film con Franco Nero e il regista, coordinati dal critico Pino Farinotti, happy hour, proiezione del film e, dulcis in fundo, il documentario Tornando a L’Aquila. L’ordine della serata è stato rispettato nel migliore dei modi, peccato che io abbia lasciato la sala con un’insoddisfatta acquolina in bocca, non solo per lo scarno aperitivo offerto che avrei preferito a pagamento ma più ricco.

Agelus Hiroshimae

Con cerimoniosa reverenza, il critico Pino Farinotti ha introdotto il protagonista: dovuta la presentazione, che ha dato enfasi alla carriera internazionale di Franco Nero, giustissimo anche l’elogio alla grandezza dell’attore che negli anni ‘80 ha abbandonato una cinematografia italiana – che era diventata troppo piccola per contenerlo. Ma in tutto questo, Angelus Hiroshimae che ruolo ha avuto? Perché si è relegato l’accenno al film e alla vicenda produttiva ai soli ultimi dieci minuti sui sessanta di presentazione? E alla derivazione da Kerouac nemmeno un cenno, né alle originali scelte di scrittura registica… Comprensibile il panegirico tra amici, ma per spettatori che amici dell’attore non sono sarebbe stato più interessante ascoltare il racconto su quello che è stato fatto, sul modus operandi, che avrebbe dato più chiavi di accesso ad un film che si palesava da subito di difficile avvicinamento, per il solo motivo che era privo di dialoghi.


Arriviamo al film. Angelus Hiroshimae non crea un racconto tradizionale, ma abbonda di visioni, di immagini mentali, talune psichedeliche, che evocano senza volere risolvere, inizialmente, il mistero dell’incontro tra un cacciatore (Franco Nero) e l’angelo caduto dal cielo perché colpito dal suo colpo di fucile. I simboli, le citazioni e i giochi di immagini tendono ad una surrealità che sarebbe stata più pregnante se tale fosse stata lasciata così fino alla fine. Invece il finale del film è stato concepito come una seduta dallo psicologo, un ascolto del rumore delle sue parole che spiegano i nostri peggiori incubi ed è strano, se si pensa che il film è totalmente muto. Ma a volte troppo silenzio può essere fastidioso tanto quanto troppe, sbagliate parole.

About Elena Cappelletti

Monzese doc dal 1984, ma esportata per due anni a Torino, dove ha affinato l’attenzione e la sensibilità all’arte e alla sua comunicazione, concludendo gli studi universitari in critica cinematografica ed artistica. Viaggiatrice infaticabile, su e giù dalla sua bici, dentro e fuori da musei, cinema e teatri, per Aftersix scrive di eventi, mostre, spettacoli.