La visita del Cenacolo vinciano è presente nella mia lista delle attività culturali da svolgere a Milano da quando mi ci sono trasferito. E in quella lista è rimasta per undici anni, senza mai essere programmata soprattutto per la pigrizia di effettuare la prenotazione. Ma ieri, grazie ai Martedì in arte, mi sono finalmente deciso a fare il grande passo, attirato non tanto dalla gratuità della visita, quanto piuttosto dalla possibilità di entrare “senza obbligo di prenotazione”, come recitava il sito del MiBAC .
Armato quindi di una buone dose di pazienza per affrontare le possibili code che avrei trovato, alle 19 arrivo a Santa Maria delle Grazie. Una ventina di persone sostano in fila (una fila all’italiana, ovviamente) davanti all’entrata. Chiusa. Un signore mi chiede se serve la prenotazione. Assolutamente no, gli rispondo, c’era scritto sul sito del Ministero! Vuoi mai che diano informazioni errate? L’entrata intanto continua a rimanere barricata. Che si fa? Si aspetta…
Arrivano altre persone e si mettono diligentemente in coda ad aspettare. Serve la prenotazione? sento chiedere. Assolutamente no, rispondono persone dietro a me.
Verso le 19.25, arriva la Guardiana del Cenacolo (chiamiamola così, non le ho chiesto i dati anagrafici), che esordisce con un “C’è stato un disguido…”. Probabilmente non ha seguito un corso su come evitare il nervosismo. La Guardiana ci spiega pacatamente che, rispetto a quanto comunicato dal Ministero, la prenotazione era comunque obbligatoria. Chi lo sapeva, ha prenotato. Noialtri ignari dobbiamo aspettare fino alle 20.30, quando saranno smaltite le prenotazioni.
Ci tocca stare qui un’ora? chiede una sciura all’inizio della fila. Imbarazzo nella Guardiana. Arriva lo Scudiero della Guardiana che le offre un’ancora di salvezza: facciamo dei bigliettini con i numeri. Esatto, come dal salumiere. Al che, quella che già era una fila sommaria, diventa un conglomerato umano che attornia la Guardiana e lo Scudiero. In queste cose io sono un emerito imbranato e finisco sempre fregato. Mando quindi avanti il mio accompagnatore, che riemerge qualche minuto dopo con in mano il fatidico biglietto: numero 11. Ma vale per tutti e due?, chiedo. Naturalmente sì: la Guardiana ha infatti pensato bene di dare i numerini a un rappresentante per coppia/trio/gruppo. Quindi davanti a me potevano esserci 10 persone, ma anche 50. Ottimo.
Un’oretta scarsa dopo – giusto il tempo di un aperitivo – eccomi di nuovo davanti all’entrata, finalmente aperta, ma occlusa da due “file” di persone. Sulla destra, le prenotazioni (ma non dovevano finire alle 20.30?). Sulla sinistra, la fila del salumiere, con i nostri bigliettini numerati alti in mano. Chi entra? Ecco di nuovo la Guardiana: smaltiamo le prenotazioni, poi entrano i numerini. In che ordine? Beh, come capita. In parole povere, la Sagra della Caciotta.
Qualche povero disgraziato ha anche l’ardire di arrivare senza prenotazione né numerino. Ah, no, non si entra più!, pontifica la Guardiana, per oggi il Cenacolo è al limite. Le chiedo garbatamente se hanno avuto modo di contattare un catering per rendere meno penosa l’attesa, ma lei mi risponde di avere pazienza, che prima o poi entrerò. E per le prossime volte?, la incalzo (già mi odiava). Ah, le prossime solo con prenotazione. Non contento, le domando se non erano mai capitate situazioni simili. Certo, ma senza prenotazione c’erano code infinite. Va benissimo, ma almeno la gente era avvisata. Smetto di insidiarla per timore che, dopo tutta questa attesa, mi proibisca l’accesso.
Turno delle 20.45!, chiama l’omino dei biglietti. La Guardiana inizia a far entrare le prenotazioni, una decina di persone. Beh, adesso tocca a noi col numerino. I primi due fortunati col numerino hanno finalmente l’onore di accedere alla biglietteria, arrivano dall’omino, che guarda perplesso il foglietto col numerino e li rimanda indietro (“Mica sarà una prenotazione, questa!”). Vagli a spiegare la trovata geniale della Guardiana… Lo Scudiero intercede per noi poveracci e possiamo quindi transumare davanti all’omino, che ci consegna il biglietto vero e proprio (mentre io cestino il numerino).
Siamo ora nelle mani di una cortese dipendente ottuagenaria, che controlla i nostri biglietti una decina di volte, mentre siamo nella sala d’attesa subito dopo la biglietteria. L’ottuagenaria scompare qualche minuto, per poi ritornare chiedendoci indietro i nostri sudati biglietti. Pare che l’omino dei biglietti abbia sbagliato, dandoci dei biglietti a 3,50, mentre l’entrata è gratis. Certo, poi i conti non tornano. L’ottuagenaria si impalla un pochino nello scambio di biglietti, ma finalmente è fatta.
Il resto è prassi: le 3/4 porte automatiche che conducono verso il refettorio (con una latente sensazione da campo di concentramento o da attrazione di Gardaland) e poi, eccolo lì, finalmente davanti ai miei occhi, il Cenacolo di Leonardo. Bello, non c’è che dire. Peccato solo che noi italiani sappiamo ideare iniziative culturali interessanti, ma nella pratica finiamo sempre per fare la figura dei pirla.

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