Intervista a Cassandra Raffaele: un viaggio in una Cadillac piena di note blu

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C’è stata la neve, a Milano, e l’aria si è cristallizzata in un’atmosfera malinconica, congelata in un attimo che sembra averla racchiusa in una palla di vetro, come un souvenir carico di sensazioni ovattate.
Il Blue Note è ancora chiuso: in attesa di sciogliere l’incantesimo d’inverno. Incontro Cassandra in un locale adiacente, e trovo una persona semplice, vera, umile e calda. È consapevole che X-Factor non è che un gradino superato in più, ma non certo il primo; e io, che ho amato la sua voce e ho sete di conoscere chi c’è davvero dietro a quel sorriso, le chiedo di iniziare dal principio, dalla sua infanzia, dal momento in cui si è riconosciuta in certe note.

La musica è così: ti seduce e ti fa innamorare, e non puoi scegliere né quando e né di cosa.

Sei figlia d’arte (il papà è Aldo Raffaele dei “Terzo Potere” n.d.r.), cresciuta in un ambiente contaminato dalla musica: quando ti sei accorta di avere anche tu la “vocazione”?

Non ho scelto di fare la cantante, anzi, io ballavo. Il mio approccio con la musica è stato molto naturale, d’istinto: sono un’autodidatta, ho imparato da sola a suonare batteria e chitarra e ho scritto i primi pezzi senza conoscere il pentagramma. Solo intorno ai sedici anni ho sentito che quella era la mia strada: mio fratello mi regalò una doppia collezione di “best of” di Aretha Franklin e fu un impatto di lacrima, mi catturò subito emotivamente. E poi ero rapita dalle performance degli artisti della Motown, Wilson Pickett, Marvin Gaye: ogni volta che ascoltavo i loro pezzi semplici e struggenti cantavo, ma non mi rendevo conto di saperlo fare!

E la tua famiglia come l’ha presa?

Mia madre, essendo sposata a un musicista jazz di professione e sapendo ciò che comportava questa scelta, era preoccupata… mi diceva sempre “deve essere solo un hobby!”, così mi ritrovavo a cantare di nascosto e mai in casa, anzi, a volte direttamente sul palco.

Senza provare?

No, lo giuro! Non ho neanche mai fatto piano bar, conosco poco il repertorio italiano contemporaneo. Puoi immaginare le difficoltà che ho avuto a  X-Factor nel dovermi calare nel ruolo di “performer” proprio in quell’ambito.

Come sono arrivati i tuoi primi progetti musicali?

Ho cominciato con delle piccole band, sono diventata prima corista, poi solista, e dopo due anni un dj produttore mi ha proposto di fare dei dischi nell’ambito del circuito dance.

Con i Music Mention, giusto?

Esatto, è stato il mio primo lavoro, in collaborazione con Mauro di Martino, oggi “Sikania Soul”; grazie a lui ho conosciuto il mondo della registrazione in studio, un’esperienza parallela rispetto alla musica che vivevo, nel modo in cui la vivevo. Il primo progetto è uscito con EMI e poi ha avuto pubblicazioni anche in America, ma io non mi rendevo conto di quel che stava succedendo: per me cantare era divertimento e non mi interessavano gli eventuali guadagni. Contemporaneamente, poi, ho dovuto portare a termine i miei studi e fare sacrifici.

Leggo da curriculum, laurea in neuropsicopatologia: sembra anche piuttosto difficile.

Sai, non solo mia madre era perplessa, persino mio padre ha cominciato a credere che cantassi solo quando mi ha vista sul palco. Mi ripeteva, disorientato: “ma tu hai sempre ballato”! Ho quindi continuato a studiare e, fino all’anno scorso, a lavorare nel settore. Ho superato delle tappe, se così si può dire.

Nel 2003 hai avuto modo di collaborare con un famoso dj e producer, Mario Fargetta. Come lo hai conosciuto?

Per caso: Daniele Costa, il mio attuale produttore artistico, lavorava con Fargetta e mi ha proposto una collaborazione, dalla quale è nato “Squeeze me”, incluso poi nella compilation rossa del Festivalbar.

E poi è arrivata l’occasione con X-Factor …

Ci sono arrivata che già non ero più una ragazzina. Si dice spesso “se un artista partecipa a X-Factor  non più giovanissimo significa che ha già giocato tutte le sue carte”, io invece fino a quel momento non ne avevo giocata nemmeno una. Poi in famiglia ho esempi eloquenti, mio padre ha passato i 60 anni e non ha mai smesso di suonare: l’arte non ha vincoli di età.

È stata la produzione a chiamarti (Cassandra è entrata alla terza puntata, scelta da Elio, n.d.r.)?

Ho provato a propormi alla seconda edizione, ma non è andata. Mi hanno richiamata quest’anno a maggio per partecipare di nuovo ai provini e mi sono detta “perché no, non ho niente da perdere!”

Parliamo del tuo album di inediti.

Non posso dirti di più per ragioni contrattuali, ma sarà cantato in italiano, sono autrice dei testi e anche della musica, insieme ad altri collaboratori.

Ho visto che molti dei musicisti che ti hanno accompagnata nei live ora sono parte del tuo staff: saranno con te anche in questo progetto?

Sì, assolutamente. Collaborano con me Bruno Farinelli, che ha lavorato con Camerini ed Elisa, alla batteria;  Pier Mingotti, che attualmente è contrabbassista nei tour di Guccini, Max Zanotti al trombone; Andrea Ferrario al sax, Placido Salamone alla chitarra, Peppe Arezzo alle tastiere e Luca Piazzi alla tromba:  tutte persone che mi fanno sentire sicura sul palco. Con loro è nato “Cassandra & The Blue Cadillac”.

Perché proprio una Blue Cadillac, c’è un concept dietro?

Sì, una macchina retrò che viaggia verso il futuro mi è sembrata la migliore rappresentazione di un progetto che convoglia musica di un certo tipo con generi più moderni come lo ska, il funk…

…che abbiamo già avuto modo di apprezzare nella tua versione de “La città vuota”.

Esattamente. Al Blue Note presenterò un piccolo assaggio di questi inediti, ma di più al momento non posso anticipare!

Torniamo indietro, alla tua partecipazione con i Family FX, che sembrano essere stati il tuo progetto più consistente: è con loro che hai cominciato la sperimentazione che ti ha portato a “Cassandra & The Blue Cadillac”?

Concettualmente sono lavori diversi, pur avendo un mood funk e soul… ma con loro, sì, c’è stata più sperimentazione, è un miscuglio esplosivo di suoni elettrofunk mescolati con il blues; sono usciti due pezzi singoli con Universal nel 2003 e 2004, ma ha un’altra anima, e al momento è in pausa.

Continuerà?

Sì, assolutamente, anche perché “Family FX” è anche Daniele Costa, il mio producer. E poi è l’alter ego dei Blue Cadillac, la parte futuristica del mio progetto… l’altra faccia di Cassandra.

Tornando a X-Factor : se fossi arrivata in fondo avresti presentato un tuo pezzo come ha fatto Nathalie o avresti accettato un brano scritto da altri, magari inserendo nell’EP qualcosa di tuo, come ha fatto Nevruz?

Potendo, avrei portato un mio lavoro. Però se mi avessero suggerito collaborazioni “di squadra” avrei accettato il consiglio dei giudici e delle persone che lavorano a  X-Factor , che sono professionisti, come Alberto Tafuri, che stimo tantissimo. Nella logica della trasmissione secondo me è importante far capire come si canta, perché ciò che si è davvero lo si deve dimostrare dopo. Per carità, anche io ero preoccupata di come apparivo, non sempre ero in sintonia con le scelte di look, ma quando sei lì ti devi fidare. Anche se è scoppiato il caos quando ho risposto ad Anna Tatangelo…

Secondo molti – compresa la sottoscritta – non hai fatto male.

Ti dirò la verità: non ho mai criticato il fatto che fosse un giudice giovane, perché chi è lì certamente se lo merita; ma io ero arrivata sul palco già tesa. Da troppe puntate si parlava di me come quella “simpatica”, che è una qualità estranea alla musica, e percepivo violentemente questa cosa, volevo sentire cosa pensavano di me come cantante. Così, quando per l’ennesima volta si è parlato “d’altro” e non dell’aspetto musicale e dell’esecuzione, mi sono un po’ alterata.

Abbiamo sentito spesso frasi come “si gioca con le carriere dei cantanti”. Ma X-Factor  è o non è un gioco per voi?

Non lo è come trasmissione, ma come un gioco lo deve percepire chi partecipa. Se si prende sul serio ogni parola che viene detta, si perde di vista il suo scopo. Bisogna ridimensionare il tutto e viverlo con questo spirito.

Foto: ©Stefano Marotta

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